Il falegname che gioca con le ombre

Le cose d’ogni giorno raccontano segreti
A chi le sa guardare ed ascoltare

Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Sergio Endrigo, 1974

 

L’ufficio bottega di Mario Moro non poteva che essere dove è: un cascinale del Cinquecento immerso nel verde del pinerolese, alle porte di Torino, attorno boschi e montagne, sullo sfondo il Monviso.

Nel suo laboratorio legno e progetti: tavole di frassino sottili, curvate e lasciate a stagionare, ancora non si sa cosa diventeranno.

Nella stalla, macchine per lavorare il legno, tanta segatura, tavole, mensole, pezzi che prendono forma.

Nel fienile progetti in divenire: mobili che attendono di essere trasformati, piallacci, botti, intere e smontate, porte del Quattrocento, vernici.

Nello studio con le cementine rosse e nere un tecnigrafo, su cui Mario disegna e progetta. E poi prototipi di sedie, tavoli, una chaise longue, tutto è costruito da lui, pensato, immaginato per uno scopo.

 

Un po’ sarto e un po’ musicista, così si definisce, forse anche un po’ ingegnere, studia i sistemi meccanici per far funzionare le cose e realizzare i desideri dei clienti, tutti. “Nulla è impossibile, basta trovare la soluzione giusta – dice con timidezza – per un neurochirurgo torinese ho realizzato una libreria a forma di cervello”.

Appena entro in laboratorio mi mostra il suo capolavoro, l’oggetto di cui va più fiero: Emerso, una credenza, un comò, una libreria a scomparsa, ciò che si vuole.

 

È arrivato dopo un lungo percorso: è il risultato del mio lavoro artistico degli ultimi anni. Ciascuno vede ciò che desidera. C’è l’azzurro dell’acqua, fonte di vita; sulla parete davanti un albero che si muove al vento, oppure i nervi sottopelle, oppure ancora la figura plastica di una donna con il velo al vento. È nato in modo accademico, ho fatto un disegno, prima piccolo, per capire gli spessori, le proporzioni, le misure.

Quando l’ho presentato per la prima volta l’ho posizionato al posto di un altare in una chiesa sconsacrata.

 

Partiamo dall’inizio, come sei diventato falegname?

A scuola ero decisamente indisciplinato, così in estate  mi mandavano a lavorare in bottega, da un falegname. La passione per il legno è arrivata lentamente, quasi per caso. Finiti gli studi i mei genitori avrebbero voluto che andassi a lavorare in fabbrica, un posto fisso e sicuro, ma l’amore per la falegnameria a quel punto aveva preso il sopravvento.

Devo ringraziare Lino, questo il nome del mio maestro. Non mi ha solo insegnato un mestiere, anche la capacità di guardare oltre, scoprire le infinite possibilità che questo lavoro  offre, la bellezza della lavorazione del legno, della manualità, le caratteristiche che le diverse  varietà di legno ti offrono.

Con il passare del tempo, il lavoro, la pratica, gli sbagli e gli aggiustamenti, la sperimentazione, ho capito che si poteva fare molto; grazie allo studio dei colori ho scoperto la forza e le possibilità offerte dalla luce e dalle ombre.

Negli ultimi tempi ho iniziato a fare attenzione anche all’ambiente, n piccolissimo gesto che per me è molto importante: tutto il pannellame che uso, MDF, arriva da aziende che riusano il legno e non utilizzano additivi chimici.

Cosa ti piace di questo lavoro?

Mettermi alla prova, non accontentarmi, provare, sperimentare. Non ho mai detto a nessun cliente che quell’oggetto non si poteva realizzare.

Mi piace lavorare con clienti che comprendono ciò che faccio, per costruire un pezzo unico, pensato e studiato per loro. Quando realizzo i mobili con le ombre, che hanno 3 colori, mi faccio indicare un colore dai clienti, gli altri due li “scelgo” io, dopo aver parlato con loro, visto la casa e il luogo in cui quell’oggetto andrà ad abitare. Tre colori che sono un accordo, come nella musica.

Amo parlare con i committenti, vedere lo spazio, i colori, farmi dare qualche indicazione su come immaginano la libreria, il tavolo, la seduta. Da lì parto per progettare, disegno l’oggetto, un piccolo prototipo e lo propongo. Non sempre funziona, talvolta devo aggiustare il tiro, alla fine troviamo sempre l’accordo.

Cosa sono i mobili ombra?

Mobili su cui viene proiettata e incisa l’ombra di un elemento naturale, solitamente rami. Con i mobili ombra volevo creare oggetti che fossero il punto di contatto tra la natura e l’artificio, la mano dell’uomo. E questo artificio l’ho creato partendo dai colori. Ho iniziato con oggetti minimi, un piccolo tavolino, sopra cui ho proiettato l’ombra di un ramo, con un sistema, segreto e brevettato, incido l’ombra sul legno. Quasi una bruciatura. Prima di arrivare a un risultato finale che mi sodisfacesse ho provato e riprovato, ora  il risultato è perfetto.

Lo scorso anno ho realizzato un mobile ombra di un solo colore, fra l’albicocca e il mattone, sopra ho impresso l’ombra del ramo di un melograno del giardino dei committenti. Un oggetto per loro e solo loro.

 

 

Desideri per il futuro?

Portare i miei progetti fuori dall’Italia, pezzi unici e speciali. Come un tavolino formato da tre pezzi, rappresenta la proporzione aurea. Lo puoi combinare come vuoi, in forma rettangolare o rotonda, uniti, divisi. Di colori diversi e materiali diversi, dal legno al marmo, dalla pietra al cemento, le possibilità sono infinite.

Poi vorrei realizzare piccoli oggetti: vasi e ciotole.

Per finire, ho un progetto nel cassetto, ancora segreto, arriverà fra qualche tempo, appena sarà pronto.

photo credits Barbara Corsico 

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