Scrivere per vendere e per raccontarsi

Scrivere di noi significa raccontarci.

Tanti dei miei clienti non comprendono appieno la forza di ciò che può fare la narrazione.

Scrivere un about page, i testi del proprio sito,  la descrizione di servizi e prodotti non significa mettere giù l’ elenco di ciò che si fa, ma trovare il colore e il calore di quel servizio, l’unicità di un prodotto che si offre, l’essenza.

Trovare la propria identità

Il primo passo. Capire chi si è e soprattutto a chi si desidera comunicare.

Chi sono i nostri clienti?

Che necessità hanno?

In cosa possiamo supportarli?

Come possiamo supportarli?

Solo rispondendo a tutte queste domande, cercando di capire davvero chi siamo e dove vogliamo andare potremo fornire risposte efficaci, essere di aiuto, e dunque venderci.

Da dove si parte? Dalla verità.

Siamo abituati a brand o professionisti che usano parole altisonanti, espressioni costruite e vuote, che poco comunicano.

Le frasi fatte

Siamo talmente abituati a vivere immersi negli stereotipi linguistici (le famose frasi fatte) che accompagnano la nostra quotidianità e un po’ ci instupidiscono e anestetizzano, che non facciamo caso alle infinite possibilità che la lingua ci offre. Come dice Annamaria Anelli in Di cosa scriviamo quando scriviamo di lavoro   “Il cliché descrittivo è tipico dei linguaggi settoriali, cioè quelli che si riferiscono a uno specifico settore professionale: ad esempio quello legale, quello burocratico, quello medico, quello della scuola, quello della pubblicità, quello della politica, ecc… I cliché sono tutte quelle parole e frasi troppo usate nelle descrizioni di servizi, prodotti o destinazioni: il famoso e mai abbastanza preso in giro leader di mercato (controlla qua sotto quanti risultati dà Google in proposito); la comunicazione a 360 gradi; il servizio chiavi in mano; il cuore pulsante della città; le camere comode e confortevoli; la visione chiara; l’ufficio competente e tutti quelli che ti vengono in mente”

Pensando al Terzo Settore ecco cosa ho trovato: dal 1980 lavoriamo per aiutare e supportare le donne, le mamme, i bambini ecc..; siamo un’agenzia educativa che opera a 360 gradi; siamo l’emanazione di un progetto della Cooperativa sociale il cui obiettivo è.    Non importa se siete piccoli, non avete tanti mezzi e vi illudete che occupandosi di temi sociali la sostanza valga più della forma. Non è così. Voi siete innanzitutto ciò che comunicate. Prendetevi cura dei vostri testi. Fate passare attraverso le parole ciò che siete, i valori per cui quotidianamente lavorate, le emozioni che provate e che fate provare a chi si rivolge a voi.

La voce

Che le parole abbiano una grande  forza l’ho già detto, alcune volte. Qui, ad esempio

Ma trovare il proprio tono di voce significa andare oltre, buttare il cuore oltre l’ostacolo e dare voce a quel cuore. Sì perché che siate una piccola Onlus, una cooperativa, un’associazione, che vi occupiate di bambini, di animali, di persone malate, di recupero dei vecchi mestieri, del territorio o delle cittadine abbandonate, se volete fare la differenza dovete trovare la vostra unicità e darle voce. 

 

Ecco un breve elenco di domande

Le mando prima di iniziare i miei corsi di formazione con le associazioni

  • Perché è nata la vostra associazione?
  • Quali valori perseguite?
  • Quali sono gli obiettivi principali?
  • Cosa distingue il vostro lavoro da quello di altre associazioni come la vostra?
  • Quali progetti avete per il futuro?
  • Elencate da 3 a 5 aggettivi con cui vorreste essere descritti.
  • Quali sono i servizi principali che offrite e perché.

In queste poche domande c’è già un mondo, il mondo di ogni associazione, cooperativa, onlus.  Condivisioni di valori e obiettivi comuni, servizi, formazione, reti, impegno. Ma tutto questo deve trovare il giusto modo per essere comunicato.

Due esempi

La Cooperativa Amaltea racconta chi è, con una frase breve e giusta “La nostra cooperativa lavora da sempre per restituire alle persone il loro naturale diritto di cittadinanza”: i servizi che offre, il metodo che utilizza e le storie delle persone che hanno utilizzato quei servizi. Ha un tono di voce professionale e caldo, rafforzato da immagini anch’esse professionali, capaci di dare un volto vero alle persone. E quando arrivi sul sito della cooperativa senti che i testi ti  parlano e le foto ti guardano. Ti fanno sentire parte di quel progetto, ti fanno percepire la professionalità, la forza e la serietà di Amaltea.

Di contro la Società cooperativa Poiesis  racconta poco o nulla di se’. Nella sezione chi siamo troviamo dati e documenti societari. Nelle news troviamo un “Corso HCCP (Ex Libretto Sanitario per alimenti e bevande)”. Si brancola nel buio, o forse solo nel burocratese. Un sito per pochissimi adepti capaci di comprendere quel vocabolario. Poiesis non ha trovato il proprio tono, ma nemmeno è stata capace di comunicare i valori, gli obiettivi della propria cooperativa.

Il bello in ciò che si fa

Quando penso al Terzo Settore mi tornano alla mente le parole di due persone che lavorano in ambiti differenti e con cui ho collaborato in passato. La prima, Patrizia Zerbi, fondatrice della casa editrice Carthusia,  che così si racconta ”Usiamo la forza delle immagini e il coraggio delle parole per raccontare ai bambini la vita, affrontando con delicatezza ogni argomento di cui è giusto parlare. I nostri progetti di speciale hanno la passione, l’entusiasmo e la collaborazione con istituzioni pubbliche e private, che scelgono di divulgare gratuitamente campagne di sensibilizzazione e informazione”.

Parlando dell’editoria per bambini tanti anni fa lei mi disse che i bambini sono un pubblico esigente. Non hanno filtri, non hanno sovrastrutture, non conoscono la piaggeria. Se lavori male, con poca cura, loro lo capiranno e non apprezzeranno ciò che fai.
La seconda è Elena Varini, psicologa che da anni lavora con i pazienti psichiatrici, fondatrice della Sartoria l’Orlando Furioso  che racconta:  “Troppo spesso e per troppo tempo i pazienti psichiatrici sono stati curati e tenuti in luoghi lugubri e grigi. In Asl, cooperative, centri di salute mentale tristi che farebbero ammalare anche le persone sane. Hanno bisogno di bellezza, come tutti noi. Non si può stare bene se si vive in un luogo brutto e trasandato, che sa di malattia e sofferenza”.

Se avete bisogno di consulenza o supporto, questo il servizio che cercate.

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