Viaggiare nel deserto per riscoprire la leggerezza

Ho camminato nel deserto, mi sono riparata all’ombra dei dromedari, ho mangiato inginocchiata, dormito sotto un cielo di stelle che avvolgeva tutto, ho respirato sabbia e polvere, ho meditato, ho cantato attorno al fuoco e mangiato pane cucinato nella cenere, ma soprattutto ho staccato.

Niente telefono, whatsApp, mail, chiamate, social. Niente. Solo dune, sabbia, arbusti, parole vere, contatti reali. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho passato una settimana scollegata dal mondo distante da me. Anni, forse più di dieci.

Come è stato? Bello, faticoso, purificante

Ho percepito la bellezza di una vita che non c’è più, calata nel qui e ora, nella terra, nei rapporti diretti e reali, immediati. Ho stretto amicizie forti, fatte di condivisioni e confidenze, chiacchiere, risate, abbracci, sguardi.

Ho sentito la fatica di non poter comunicare con le persone a cui voglio bene, per condividere la bellezza che mi circondava, per sapere come stavano. (Inutile dire che a casa stavano tutti bene e non è che sentissero tanto la mia mancanza!)

Ho riso tanto, ho pianto, ho meditato, ho pensato e ricordato, sono stata nel silenzio, mi sono lavata pochissimo, eppure mi sono sentita purificata, leggera. Nel gelo della tenda ho dormito come un sasso, in un silenzio totale, come non mi succedeva da tempo.

Ho vissuto accanto a guide, cammellieri, un cuoco, tutti marocchini, persone che fanno vite lontanissime dalla mia e che mi hanno accompagnato con gentilezza, grandissima dignità, ironia e allegria in un viaggio che tutti dovrebbero fare, per alleggerirsi, ricaricarsi e reimparare a guardare il mondo con gli occhi di un bambino.

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